Roberto 的个人资料Quanno er sole s'addorme照片日志列表更多 工具 帮助

日志


Equivoco

Un ragazzo e una ragazza seduti in riva al mare.

 

Lui: Hai mai avuto paura?

Lei: Certo, tutti hanno paura. Ma che c’entra?

Lui: Non dico la paura di cadere o di volare. Questo non vuol dire aver paura. È timore.

Lei: Si, ho capito, ma qual è il punto?

Lui: Io non ho paura dei ragni, dei serpenti, di prendere un aereo che non arriverà mai… non ho paura del vuoto perché non lo conosco.

Lei: Non ti seguo.

Lui: Guarda il sole. Ti sei mai chiesta perché ci mette così tanto a fare un breve tratto? Sembra timido ogni volta che sorge e nostalgico ogni volta che tramonta. Eppure lo fa da una vita.

Lei: Romantica come interpretazione. Dove l’hai letta?

Lui: E’ scritto tutto lì, dove lo sguardo non riesce ad arrivare, dove sembra che il mare finisce. Dove tutti sognano di arrivare e mai nessuno si accorge di farlo. La gente ha paura di conoscere o forse crede di conoscere.

Lei: Secondo me né l’uno né l’altro. Secondo me la gente non vuole conoscere. È troppo impegnata a cercare di capire cosa succede fuori per distrarre i pensieri da ciò che sente dentro.

Lui: Tu cos’hai dentro?

Lei: Non l’ho ancora capito.

Lui: Allora tra quella gente ci siamo pure noi.

Lei: Secondo me tu non stai in mezzo a quella gente. È questo che ti fa paura?

Lui: No, il contrario. Non ho paura di essere normale. Ho paura di capire quello che sono.

Lei: Te lo dico io quello che sei. Sei un ragazzo speciale, uno di quelli che non si incontrano tutti i giorni. Un sognatore… ecco quello che sei.

Lui: E’ un bene o un male?

Lei: Non lo so, però mi piace. Ti da un aria da artista maledetto.

Lui: Cosa intendi per artista?

Lei: Un artista è capace di far emozionare la gente, di guardarsi dentro e trasmettere quello che è.

Lui: Allora non sono un artista!

Lei: Invece sì!

Lui: Perché?

Lei: Perché riesci ad emozionarmi.

Lui: Mi stai mettendo a disagio.

Lei: Non ci riescono tutti.

Lui: Ho imparato a nasconderlo.

Lei: E tu vorresti farmi credere che ti ci senti spesso?

Lui: Ogni volta che sto con qualcuno che mi piace…

Lei: E adesso ti senti in imbarazzo?

Lui: Adesso sto con te…

Lei: Hai paura di dirmelo?

Lui: Ho paura che lo capisci!

Lei: Perché paura? Potrebbe farmi piacere.

Lui: Non credo.

Lei: A volte sembra che tu non mi conosca per niente.

Lui: Secondo me è il contrario.

Lei: Ti sbagli, ti conosco troppo bene.

Lui: Sono cambiate tante cose.

Lei: Gia! È cambiato quello che provo per te. (si avvicina per baciarlo. Lui ha lo sguardo assente)

Lui: Sono gay.

Lei: Stai scherzando?

Lui: (con le lacrime agli occhi si protende verso di lei per un abbraccio) Mi dispiace.

il nostro bel paese

Tante volte le presunte bellezze del nostro Paese ci hanno portato a credere di abitare in una realtà civile. Il mito di un Europa rinascimentale, umanistica, sulla scorta della quale saremmo ancora eredi di tanta creatività e pensiero alto. Ma dobbiamo prendere coscienza del fatto che a questa facciata retorica e terribilmente anacronistica di “santi, poeti e navigatori” si sovrappone poi, crudelmente, una verità assai più ambigua e frastagliata: la contemporaneità di un pensiero retrogrado, sempre più drammaticamente meno attento all’altro, un Europa sempre meno bella, meno amabile, meno tollerabile, meno disposta al dialogo e al confronto effettivo tra le genti.

Sotto le luci di continue scoperte scientifiche e tecnologiche pronte ad illuderci di un futuro più vivibile e meno ostile verso i bisognosi, ci vengono nascoste quelle che saranno le ombre indelebili di un secolo colmo di atrocità inimmaginabili di cui gli stessi artefici si vergogneranno.

speranze

Anche nel posto più buio

resta quel barlume di luce

che da speranza

a chi non sperava da tempo.

domani...

Domani, forse,

sorgerà il sole.

Io lo aspetterò,

conterò le stelle,

rallenterò i battiti

poi, forse,sarà di nuovo giorno

Tortura

Colpiscimi!

Gonfia le mie ganasse,

staccami le unghie,

strappami la pelle,

sfibra i miei muscoli,

frantuma il mio sesso,

tritami il fegato,

bruciami gli occhi

con la luce del sole,

annega i miei polmoni

in un mare di lacrime,

affonda le mani nel mio ventre

e metti ad essiccare le viscere

sotto un covo di avvoltoi…

ma lascia che il mio cuore viva!

Lascialo battere ancora,

lascia che ti sogni.

Non so per quanto tempo lo farà,

se gli resterai lontano

sarà troppo per lui e poco per te,

ma se lo amerai

sarà per sempre.

Smisi di pensare...

Smisi di pensare

di parlare, poi

ripresi a respirare,

si accesero davanti a me

decine di colori

toni di rosso acceso

dipinti di giallo.

Trentuno rose

mi parlarono di lei:

del suo romanticismo,

della sua fragilità,

la sua flebile fragranza,

la dolcezza negli occhi

e la stasi in gola.

Poetico gesto

di colei che non scrive,

la cui penna

traccia rime sul mio corpo

che diventano musica

al suono dei suoi sussurri.

Risorge Ecuba

nella teatralità inconscia

delle mani sue,

di ipnosi spasmodica

soffrono i miei occhi,

costretti a guardarla

e felici di farlo.

Cado ai suoi piedi

come i petali di una rosa

sospesi nel soffice spiro mattutino,

appesantiti dalla brina

che goccia dopo goccia

disegna un gioco fantastico

di petali cadenti

sul volto assonnato

del primo sole,

scoprendo il nocciolo del fiore

rimasto fino ad allora

coperto di petali e di veli,

di mille colori

sfumati di se stessi,

quel fiore che adesso

mostra il suo cuore

a colui che sa

di essere la sua rosa.

                                   16/08/2007

Questo mai più

La sera del dieci Febbraio stavamo per andare a letto, quando il campanello squillò e qualcuno battendo violentemente alla porta gridò: “Aprite, polizia!”.

Eravamo tutti e quattro nel breve corridoio sul quale si apriva la porta d’ingresso, quando quel campanello trillò mio padre stava accanto alla mamma, dietro di me. Mentre lo squillo sinistro e tenace vibrava nell’aria, io sentii il suo sguardo posarsi su di me. Ancora un passo, ancora un attimo eterno, poi entrarono, infrangendo il silenzio, la nostra pace, la nostra vita.Finito il rastrellamento, alle cinque del mattino, fummo tutti rinchiusi in una cella. Alle dieci ci fecero salire su una corriera. Fra noi salirono una ventina di agenti in borghese, armati di pistole, che ci consigliarono di non tentare la fuga perché avevano l’ordine di sparare. Ci portarono a Milano, in prefettura, dove trovammo altri impiegati e operai arrestati la notte precedente. Uno alla volta subimmo una specie di interrogatorio senza diritto di replica, eravamo accusati di organizzazione e istigazione agli scioperi e di atti di sabotaggio.

Io fui condotto, con altri prigionieri, verso un lungo treno composto da vagoni bestiame. Prima di salire sui vagoni ci minacciarono ancora. Dicendo che se qualcuno fosse riuscito a fuggire quelli che si trovavano su quel vagone sarebbero stati fucilati. Fummo obbligati a salire in quaranta per ogni vagone e fummo rinchiusi peggio delle bestie, soprattutto perché ci avevano lasciati senza un goccio d’acqua.

Gli sportelli erano stati chiusi subito ma il treno non si mosse che a sera.

Viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti. Dalla feritoia vedemmo sfilare le alte rupi pallide della valle d’anice, gli ultimi lumi di città italiana. Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse una parola.

Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case, e fu di gran lunga il vagone più fortunato.

Soffrivamo per la sete e il freddo, a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce ma raramente fummo uditi. I soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio. Due giovani madri coi figli ancora al seno gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti: la fame, la fatica e l’insonnia. Meno penosi della tensione dei nervi, ma le notti erano incubi senza fine. 

Il primo giorno non andò proprio male, avevamo da mangiare, oltre alla razione che ci avevano dato per il viaggio, qualche cosa in più che i nostri genitori o familiari avevano portato.

Il secondo giorno si cominciava a soffrire la sete, il freddo aumentava e qualcuno incominciava a stare male.

Il terzo giorno patimmo il freddo e la sete fu fortissima, ci impediva perfino di mangiare e quasi anche di parlare.

Il quarto giorno di viaggio arrivammo ad una stazione e ci fecero scendere. Prendemmo qualche manciata di neve per dissetarci. Poi udii una voce che diceva:

“Siamo arrivati a Mauthausen, andiamo a star male.”

Soldati delle S.S. seduti ai tavolini ordinavano di consegnare tutto quello che avevamo: soldi, anelli, orologi, poi completamente nudi, rasati a zero in tutte le parti del corpo siamo entrati in un altro salone per la doccia. Si usciva dalla parte opposta, non avevamo più niente di nostro. Non abbiamo mai visto più niente delle nostre cose.

Alla sera diedero la prima razione di cibo: Una fetta di pane, una piccola fetta di margarina e un mestolo di orrenda brodaglia nera.

Ordinarono di sdraiarsi sul pavimento per dormire, perché in quella baracca non c’erano neanche i letti a castello. Non ci stavamo tutti, allora i capò si scatenarono, ci presero a calci e a bastonate fino a quando tutti fummo sdraiati su un fianco. Furono notti tremende, era quasi impossibile muoversi, e quando si andava al gabinetto si rischiava di calpestare qualcuno.

Tutto doveva essere fatto nel massimo silenzio, altrimenti intervenivano i capò, ed erano botte.

Eccomi dunque sul fondo, a dare un colpo di spugna al passato e al futuro. Si impara assai presto, se il bisogno è breve.

Dopo quindici giorni dall’ingresso, già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi.

Spingo vagoni, lavoro di pala, tremo al vento… già il mio stesso corpo non è più mio. Ho il ventre gonfio e le membra stecchite. Il viso tumido al mattino e incavato a sera.

Ci contano e ci ricontano. Hanno ricontrollato anche il numero dei morti ammucchiati davanti al crematorio. Passano ore e ore, noi sempre in piedi. Per quelli che giacciono a terra, o che inebetiti si sono seduti o sdraiati al suolo, ci sarà la camera a gas.

Innumerevoli sono le proibizioni: Avvicinarsi a meno di due metri dal filo spinato; dormire con la giacca oppure senza mutande oppure col cappello in testa; non andare alla doccia nei giorni prescritti oppure andarci in quelli non prescritti; uscire dalla baracca con la giacca sbottonata o col bavero rialzato; portare sotto gli abiti della carta oppure della paglia contro il freddo; lavarsi in un altro modo che non a torso nudo.

Noi fummo messi alla prova e ci fu impossibile ignorare la fragilità morale dell’essere umano. In noi stessi fummo costretti a cancellare ogni sentimento, ogni certezza. Fuori di qui, perfino anche non ad armi pari, avevamo combattuto. Prima di essere trascinati qui nessuno di noi era stato abietto e vile. Per questo dovevo rimuovere al più presto il ricordo di Mauthausen e dimenticare per tutto il  tempo della mia restante vita l’uomo che lì ero stato. 

Non ho ancora perduto la fede che il mondo un giorno gli farà pagare i loro debiti, il loro giubilo sfrenato per le battaglie vinte, la loro arroganza senza limiti. Verrà il giorno in cui i nazzisti cammineranno a testa bassa come ora gli ebrei. La viltà aveva permesso che i figli diventassero degli assassini, anche se i genitori non lo volevano. Ma il nazzismo non si era imposto come crimine organizzato così, da un giorno all’altro: aveva costruito grado a grado la sua macchina di sterminio, e tra i responsabili c’erano quelli che, già la prima volta, avevano detto “Sì!”